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Toglietemi tutto tranne il superfluo

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Ed eccomi pronta per un’altra intervista, quella virtuale al grande genio (geometrico). Inizialmente avevo scelto di realizzare il lavoro incentrandolo sulla figura di Munari, poi hpo riletto bene la consegna della prova: “Intervista virtuale a un grande personaggio che ha dato contributo alla geometria razionale o intuitiva, o all’esplorazione dello spazio, delle forme e delle loro rappresentazioni.” Quest’ultime parole spazio, forme e rappresentazioni mi giravano in testa e non riuscivo a smettere di collegarle alle enormi sculture di Oldenburg. avevo timore a sceglierlo come “intervistato virtuale” in quanto si tratta più di un artista della scultura e del design, ma trovavo che i suoi lavori rendessero proprio bene l’idea di cosa significhi analizzare e reinventare lo spazio… quindi ho deciso che l’arte di Oldenburg poteva ben essere definita geometrica.
Conoscevo già molte delle oper dell’artista, soprattutto quelle realizzate con la moglie Coosje van Bruggen, i large-scale projects, opere per gli spazi urbani, spesso su committenza pubblica e di cui uno splendido esempio è Ago e filo, realizzato per la capitale della moda. Per realizzare l’intervista ho iniziato a documentarmi e il mio sguardo sull’autore è andato inevitabilmente oltre l’estemporanea fruizione dell’opera; ho studiato il contesto storico, gli anni del grande boom economico e ho approfondito la critica sociale della corrente Pop (di cui Oldenburg è egregio esponente).
A partire dal ventesimo secolo il design ha assunto sempre maggior importanza nella cultura e nella vita quotidiana. Considerato come uno strumento per migliorare la qualità della vita, il suo raggio d’azione non si limita ad occuparsi di oggetti veri e propri, ma si occupa (sopratutto a partire dagli anni ’50)  anche di forme di comunicazione grafica e sistemi integrati che spaziano dalla tecnologia dell’informazione agli ambienti urbani. L’oggetto di design deve soddisfare delle esigenze, rispondere a desideri inespressi, colmare necessità: deve essere fondamentalmente funzionale. Durante gli anni sessanta sia gli artisti visivi che i designer hanno cominciato a  dedicare maggior attenzione ai medesimi oggetti d’uso. L’oggetto oldenburghiano è apparentemente inutile, infatti trova un’altra utilità, non quella pratica dell’oggetto che ci si presenta davanti agli occhi sotto un altro aspetto (deformato), ma quella della critica sociale. Appartenere alla grande società dell’opulenza è un grande privilegio, le cui dimensioni sembrano riflettersi nella mole degli oggetti proposti dall’americano. L’ironia e il gioco sono interni al suo punto di vista: Oldenburg ci offre le sue opere come si inscena uno spettacolo con effetti comici ed eccentricità. Con le sue opere ci mette di fronte al paradossale teatro della vita e precisa la sua visione del mondo incentrata sulla percezione, l’assurdo e l’alienazione. Le opere di Oldenburg mettono in discussione i fondamenti della società consumistica: non producono nulla, sono private della loro funzione e si prendono gioco delle tecniche produttive basate esclusivamente sul risultato, sul profitto, sullo spreco. I piccoli oggetti rubati alla vita quotidiana, una volta ingigantiti e privati della loro funzione d’uso, sono volutamente posizionati in piazze e in luoghi affollati: Oldenburg vuole esplicitare che il nostro mondo, con i valori che esso proclama, ha fatto dell’oggetto di consumo, l’idolo che adoriamo più spesso, dimostrando così come la società si basi su cose banali e materiali. L’uomo, era già allora soggiogato dall’aspetto esteriore delle cose, dalle pubblicità e dalle mode.
Citando Oscar Wilde potremmo affermare: “Toglietemi tutto tranne il superfluo[1]”. È importante stabilire a questo punto cosa intendiamo per superfluo: qualcosa a cui forse non avremmo pensato, che ora ci appare sovrabbondante, poco significativo ed effimero. Ma l’arte ci insegna che i tempi lunghi pagano, che non sempre tutto è chiaro dal primo sguardo. Così le opere di Oldenburg sembrano a primo acchito superflue, oggetti inutili, ma andando più a fondo e guardando le sculture da un’altra prospettiva possiamo coglierne l’essenza, la loro ragion d’essere oltre la privazione della funzione.


 


[1] Oscar Wilde, Detti e Aforismi, Editore BUR, 2004

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