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Archivi del mese: novembre 2011

Forme geometriche e forme dell’arte

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Ho iniziato qualche giorno fa il mio percorso alla ricerca delle forme geometriche nella storia dell’arte. Il tema mi ha affascinato sa subito e ho iniziato a fare ricerche in merito. Dalla prima documentazione trovata ho scoperto i significati che le quattro principali forme geometriche hanno assunto dall’antichità ad oggi nella storia dell’arte.

Da principio tutte queste forme mi hanno fatto pensare ai quadri astratti di Veronesi e Klee e ad alcune opere della Bauhaus di Kandinsky. Ricercando su internet e affidandomi alla consulente di arte (mia cognata che frequenta l’acacdemia di Belle arti) ho scoperto che da Cezanne in poi si sussegguirono, lungo le diverse correnti delle avanguardie, una serie di ricerche volte a scoprire i rapporti tra le forme geometriche e la bellezza dell’arte. Così Cezanne impostò i suoi studo per la definizione del rapporto aureo che avrebbe, secondo il pittore, conferito perfezione alle grandi opere dell’antichità.

Con Picasso ha inizio l’operato dei cubisti che studiano le forme e i libri di grandi matematici come Poicarè e Jouffret per arrivare alla scoperta di quella che loro definiscono La quarta dimensione: si finisce per abbandonare il mondo naturalista delle tre dimensioni per dedicarsi alle proprietà geometriche delle figure a due dimensioni. È quella rivoluzione del senso della spazialità che ottiene il volume in maniera geometrica attraverso una serie di piani; viene così sostituita la prospettiva propriamente detta con una planimetria, imprimendo inoltre al quadro una rotazione di 90°. Al di fuori del contesto parigino e secondo un diverso punto di vista, si sviluppa la riflessione geometrica di Kandinsky che troverà il suo massimo punto d’arrivo nell’attuazione del movimento del Bauhaus. La riflessione sulla forma abita l’opera dell’artista russo, accompagnando il suo percorso artistico. come scriveva l’artista: “…lo spirito creatore (che possiamo chiamare spirito astratto) riesce ad aprirsi un passaggio dapprima in un’anima, poi nelle anime, suscitando una nostalgia, un impulso interiore… Da quell’istante, consapevolmente o inconsapevolmente, l’uomo si mette a cercare una forma materiale per il nuovo valore che vive in lui in forma spirituale…le forme che lo spirito sottrae alla materia per incarnarsi si lasciano facilmente distribuire nello spazio compreso tra i due poli seguenti: la grande astrazione e il grande realismo”. Con Kandisky, e successivamente col suo allievo Klee, la line si libera e da elemento accessorio diventa elemento essenziale che conserva tutta la sua forza. E’ questo il punto di partenza per le opere di Veronesi e Malevic.

Realizzare questo lavoro è stato estremamente interessante per giungere alla conclusione che i modelli matematici erano quindi più noti di quanto si pensi agli artisti protagonisti della prima metà del Novecento.

Pronti, partenza…via!

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Continuavo a ripetermi: “lo preparerò per la prossima sessione…”, “dai, contatto il prof. e nella sessione invernale sostengo l’esame…” ma non mi decidevo mai a farlo. Poi ho conosciuto Maria, la mia socia in questa avventura di numeri e fantasia, e grazie a lei eccomi qui ad iniziare il mio blog matematico. Poi abbiamo coinvolto anche Francesca e… questa volta è deciso: abbiamo scaricato le guide per la preparazione dell’esame, ci siamo date gli appuntamenti per preparare le attività e ho aperto il mio blog! Vi terrò aggiornati sul mio percorso matematico e aggiungerò di volta in volta tutti i materiali che potranno essermi ed esservi utili per fare e capire.

buoni e cattivi maestri

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Come può una materia essere prima amata e poi odiata così tanto da convincersi di essere proprio negati per i numeri? attenzione, la risposta che mi sono data nel mio viaggio a ritroso nel mondo dei numeri è pesante… soprattutto considerando che sono anch’io un’insegnante… ma credo porpio che la responsabilità primaria sia dei buoni e dei cattivi maestri! I successi portano alla soddisfazione e all’interiorizzazione; così ocme gli insuccessi provocano delusione e sommati, uno dopo l’altro, si arriva alla rinuncia: nessuno combatte per una guerra persa in partenza.

La mia prima maestra, Maria Letizia, era eccezionale e con lei ho imaprato ad amare il rigore della matematica, scoprendo la bellazza del ripetersi di schemi che potevano ampliarsi e modificarsi continuamente, ritornando però sempre a regole determinate. Poi alle medie ho scoperto la geometria legata alle formule matematiche… un universo favoloso… peccato che l’allora professore di arte non avesse pensato di farci notare l’uso delle forme geometriche nell’arte… le sue lezioni sarebbero state molto più fantasiose e interessanti ed io avrei scoperto molti anni prima l’amore per gli artisti contemporanei, che a differenza di quanto pensavo prima, non hanno creato nulla a caso. E poi la scuola magistrale psico-pedagogico con un alternarsi continuo di professori di matematica, dal quell’ometto vestito di verde e marrone che per un intero annocontinuò a ripeterci che qualsiasi numero moltiplicato per zero ha come risultato zero (questa regola lo affascinava particolamente, ma non riuscì proprio a trasmetterci nessuna motivazione a ricercarne le radici… del resto, diceva proprio lui, non eravamo un liceo scientificpo) e poi la vicepreside che ricordava molto la maestra toccata alla povera Heidi… con la piccola differenza di fumare spudoratamente in classe. Fu lei a darmi la prima insufficienza…e non un 5, ma un bel 2 scritto in grosso sulla prima pagina del foglio protocollo… non seppe spiegarmi i miei errori… non credo le interessasse minimamente che io volessi capire dove avevo sbagliato… così, da allora, collezionai una serie di insucessi e se all’inizio prevaleva lo sconforto, alla fine ci avevo fatto il callo: non ero portata per la matematica! Ma ecco riaccendersi la speranza col professore che arrivò in quarta: un giovane, motivato, con una grande fede (non solo nell amatematica) e un grande amore verso la sua professione che dimostrava con un affetto quasi paterno verso noi studentesse un po’ isteriche e sfacciate. Era l’anno della trigonometria, mi sembrava di aver riscoperto la stessa passione per le formule geometriche imaparate alle medie e le ipotesi sulla mia incompetenza svanirono… per tornare l’anno successivo quando ci ritrovammo a dover seguire le lezioni di una donna stanca e arrabbiata col sistema scolastico italiano. Non capivo nulla delle sue lezioni e l’unica cosa che seppe davvero trasmettermi al 100% fu il suo totale disinteresse verso il suo mestiere e verso di noi. Così anch’io mi disinteressai della sua materia: probabilmente i limiti non erano inclusi nel mio dna e quella limitata ero io! Arrivai alla maturità impreparata…ma del resto non eravamo un liceo scientifico e la commissione non fu insistente, chiese a tutte le mie 19 compagne e a me la stessa formula che avevamo iparato a memoria! Che sollievo andare all’università, dove avrei fatto ciò che volevo io… o perlomeno così credevo io… statistica, marketing, economia politica… quanta matematica! E che scoperta: se studiavo, se rifacevo 10, 100 vvolte gli esercizi, alla fine capivo… e ogni volta appreso un argomento si aprivano collegamenti e capivo di più. Poi l’incontro col prof. Carlo Beretta di cui però vi ho già raccontato.
Oggi sono una mamma che gioca molto con la matematica: io e la mia bambina di quasi quattro anni contiamo tutto ciò che ci capita, sommiamo, sottraiamo, dividiamo… certo non uso questi termini, ma coi bambini è facile vedere la vita quotidiana come un gioco e quindi: se vuoi che ti aiuti a finire i maccheroni facciamo un gioco: sono 4 trova un modo perchè io e te ne mangiamo in modo uguale…oppure, raccogliamo le foglie dell’autunno… e poi le dividiamo per colore e facciamo tante pile di 10… muoviamo tanto le dita, impariamo che se la mia mano è aperta tuta quello è un 5 e posso ripartire a contare la seconda mano da 6… non c’è un metodo (bè… nella mia mente c’è qualcosa che gli somiglia… ma si tratta di una cosa da mamma non da pedagosista) ma l’importante è trovare nella realtà che circonda uno spunto, per meravigliarci e renderci conto di quanti legami esistono fra ciò che vedo e tocco e ciò che posso fare e capire! Anche come maestra credo che il bello sia partire sempre dalla realtà: quando i bambini hanno un aggancio con la realtà la loro comprensione delle cose è più vera e l’astrazione che riescono a fare successivamente è, a mio parere più alta!

arte infinita

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ciò che caratterizza a fondo un artista a mio avviso, è il non essere mai appagato fino in fondo dal proprio lavoro. Così, dopo avermi accompagnata nella mia entusiasmante ricerca sulle forme geometriche nella storia dell’arte, la mia consulente personale non era soddisfatta quanto me. Ecco che ricevo via mail una serie di suoi appunti, era andata a cercare sui suoi libroni illustrati e nelle pozioni magiche di internet, altri artisti meno noti, ma, come dice lei, proprio per questo più interessanti. Non ho potuto fare a meno di decifrare le poche righe che mi aveva mandato e iniziare nuove ricerche. Ho scoperto nuove correnti e autori, accomunati dalla

Peter Halley, appartenente al radicalismo astratto, dà una svolta alla tradizione mondriandesca di utilizzare i colori primari e con la sua New-Geo riportà attualità a un indirizzo ormai abusato, scegliendo con forza la gamma di quei colori considerati svenevoli e di cattivo gusto, che oggi rivestono le pareti e arredano molti uffici. La sua non è certo un’innovazione artistica, dato che l’uso di questi colori contraddistingue da sempre quei periodi nei quali si avverte la necessità di far emergere il contrasto tra buono e cattivo gusto. Le sue opere però non si limitano a una ventata di freschezza, ciò su cui si focalizza la mia ricerca è la sua griglia compositiva che non esime dall’uso dell’angolo retto, e dove gli spazi sono suddivisi dall’artista con mosse numerose e imprevedibili quasi a ricordare un labirinto. Halley si spira allo schema dominante dei nostri giorni, quello dei microcircuiti alla base del funzionamento di ogni software. Davanti alle sue opere ci sentiamo come in ansia, persi per appartamenti troppo grandi e tortuosi.

Il mio cammino artistico prosegue e arriva agli anni ’60 e ’70 dove domina l’Optical art, nota anche come Op art. Con questa corrente la geometria assolve un altro nuovo compito: stimolare l’organo dell avista attraverso la percezione dell’illusione ottica,  tipicamente di movimento, creata grazie all’accostamento opportuno di particolari soggetti astratti o sfruttando il colore. È un’arte essenzialmente grafica, basata su una rigorosa definizione del metodo operativo. Gli artisti vogliono ottenere, attraverso linee collocate in griglie modulari e strutturali diverse, effetti che inducono uno stato di instabilità percettiva. In tal modo, essi stimolano il coinvolgimento dell’osservatore. La Op Art riprende ancora una volta la ricerca del Bauhaus, di DeStijl, quella concretezza e quella cinetica del Futurismo, dando risalto ai puri valori visivi. Il fondatore della Op art è Victor Vasarely , autore a me sconosciuto fino a qualche giorno fa, ma le sue opere risultano talmente suggestive e moderne, che è difficile interrompere le ricerche su internet…sarei rimasta tutta la mattina a guardare e studiare le realizzazioni dell’artista ceh così affermava:

« La posta in gioco non è più il cuore, ma la retina, e l’anima bella ormai è divenuta un oggetto di studio della psicologia sperimentale. I bruschi contrasti in bianco e nero, l’insostenibile vibrazione dei colori complementari, il baluginante intreccio di linee e le strutture permutate […] sono tutti elementi della mia opera il cui compito non è più quello di immergere l’osservatore […] in una dolce melanconia, ma di stimolarlo, e il suo occhio con lui. »  (Victor Vasarely)

Non chiamatelo genio della porta accanto….

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La cosa che più mi esaltava nella preparazione dell’esame di Matelsup1 era l’intervista al genio della porta accanto perchè appena ho sentito il titolo di questa stravagante prova ho subito pensato a lui: il professor Carlo Beretta! Mentre percorrevo a fatica il mio primo corso di laurea in Scienze politiche, sbagliando per l’ennesima volta, decisi di intraprendere il biennio economico… l’unica cosa bella fu l’incontro con questo professore che mi ha fatto riscoprire l’amore non tanto per la matematica, ma per le cose fatte bene…
Di tutte quelle formule non ho capito nulla, ma sicuramente mi fu chiaro che solo il rigore, la precisione e l’attenzione verso ciò che si sta facendo, portano al risultato corretto. Attenzione intesa come cuore, passione. Ed è stato proprio durante quelle lezioni che per me restavano un po’ un mistero, che ho percepito la bellezza dell’insegnamento… una percezione che è fiorita giorno dopo giorno nel mio cuore, fino a portarmi, anni dopo, ad iscrivermi al corso di laurea giusto e a fare il lavoro più bello del mondo: la maestra!
Sapete dove ho sostenuto l’esame del prof. Beretta? Nel suo ufficio, davanti a una tazza di te, con la mia migliore amica e il prof. che ci sorrideva e fumava la pipa… bello no? Non per questo mi promosse al primo colpo… ma la seconda, dopo aver interiorizzato un po’ di quel rigore al quale accennavo prima.
Ma torniamo all’intervista. Con un po’ di timore e paura ho scritto una mail al prof.chiedendogli la disponibilità a rispondere a qualche domanda… la sua risposta positiva mi stupì tantissimo; l’unica clausola era rinunciare all’appellativo di genio e a “sciocchezze simili”. Così gli inviai le domande… la risposta questa volta tardava ad arrivare…. iniziai a pensare di averlo disturbato per una cosa di poca importanza e a pensare ad un’alternativa, ma a fine estate arrivò la sua mail. Non potete immaginare che bello leggere le sue parole: non aveva risposto meccanicamente alle mie domande, ma, anzie le aveva perse le domande e mi aveva mandato una sua piccola storia personale prestandosi all’intervista con generosità e onestà intellettuale… è sempre di gran conforto scoprire che c’è ancora qualcuno che ha qualcosa da dire e sa dirlo così bene. Sicuramente come maestra farò tesoro dei suoi consigli e come studentessa mi rincuoro sugli insegnanti difronte a personalità così belle, positive per chi inizia questa professione.