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La fine della storia

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Pensare che domani sosterrò l’esame di  Didattica della matematica e che quindi questo potrebbe essere l’ultimo articolo del blog, mi ha messo un po’ di malinconia… ho iniziato a pensare che il blog non deve per forza finire con la fine della preparazione per l’esame. A settembre inizierò un nuovo ciclo, 10 piccoli alunni di prima elementare (mi piace chiamarla ancora così… trovo cacofonica e fredda la definizione prima primaria… sarà il mio lato conservatore) mi attendono per un’avventura lunga 5 anni e con la direttrice abbiamo già pensato di attuare fin dall’inizio il metodo Bortolato (sul quale sto anche realizzando il progetto di tesi), quindi potrei registrare il percorso utilizzando ancora il mio Blog, chissà che non sia d’ausilio a qualche atro insegnante… Preparare questi 3 esami di matematica, che inizialmente mi sembravano impossibili, mi ha aperto non solo il pensiero (e di conseguenza il cuore) ma anche un mondo di prospettive e possibilità nuove. A partire dall’idea di fare la tesi su un uomo che ho avuto il piacere di conoscere personalmente e ho trovato straordinario, Camillo Bortolato (perchè sono le persone dal cuore grande ao fare grandi cose), all’idea di attuare nuove programmi a scuola. E’ stato bello, gratificante e professionale spendere le competenze acquisite nell’ambito di lavoro e vedere che le colleghe si interessavano a quanto stavo spiegando ed erano disposte a mettersi in gioco per fare qualcosa di nuovo, di diverso e di più affine alle modalità di apprendimento dei bambini. Tirare le fila di questo percorso non è quindi facile, la valutazione più immediata che posso fare è che la strada non è finita, probabilmente per ora ho solo fatto quel pezzetto che mi serviva per prepararmi, per raccogliere i miei strumenti e partire nel mondo vero, quello della scuola, pronta per metterli in pratica.
Mi ricordo la prima volta che ho letto il programma d’esame… non avevo capito nulla, avevo pensato di escogitare qualsiasi mezzo per non dovermi mettere in gioco e in discussione, ma poi il destino è stato buono e ho incontrato Maria e Francesca che ringrazio infinitamente per avermi coinvolta e per avermi dato l’entusiasmo e la voglia di affrontare qualcosa di nuovo. E’ meraviglioso quando hai la possibilità di confrontarti con persone disposte a essere sincere, a fare bene il lavoro con generosità e senza tirarsi indietro difronte alle difficoltà…ora tutto il lavoro fatto mi sembra una passeggiata e ricorderò sempre, a discapito dei momenti di sconforto,  le risate e la soddisfazione di vedere le nostre pagine ultimate.
Sono grata in maniera speciale al prof. Lariccia che nonostante non sia tra i docenti più giovani, viaggia su una lunghezza d’onda diversa da qualsiasi altro approccio mi sia stato mai proposto. Termino questo esame con la certezza di essere diventata non solo un’insegnante più competente, ma una persona migliore, pronta a recepire con entusiasmo e non più con paura, ciò che diverge dal mio pensiero e decisa a scommettere sulle mie capacita, perchè… SE FACCIO CAPISCO!

Informatica nella scuola. Com’è e come vorrei che fosse

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Indagando il mio rapporto con l’informatica, mi sono soffermata a pensare e ripensare all’importanza delle nuove tecnologie nel mio lavor e quindi all’interno della scuola. Purtroppo mi trovo a constatare quella che è la realtà; infatti insegnare informatica, per molte insegnanti della scuola nella quale lavoro, è un peso e viene quasi considerato un’attività che leva spazio alle programmazioni delle materie definite importanti (italiano, matematica, storia).  In poche hanno la preparazione per insegnare questa disciplina, e ancora meno hanno la voglia e l’entusiasmo di farlo.  Quando vanno in aula di informatica molte insegnanti sembrano trovarsi di fronte a qualcosa che le spaventa molto ed è quasi divertente (o imbarazzante?) il contrasto con l’entusiasmo dei bambini che non vedono l’ora di accendere i pc!

La frase che sento maggiormente ripetere durante le ore di informatica è “Bambini, aspettate la consegna; non giocate” e ogni volta vorrei chiedere all’insegnante di turno perché i bambini non dovrebbero giocare! Quella è la modalità a loro più affine, perché mai non dovrebbero giocare col PC che altro non è che un gioco analogico per arrivare a sapere di più? Molto diverso è come vorrei che fosse; vorrei che la scuola corrispondesse di più a quelle che sono le indicazioni nazionali e che l’uso delle nuove tecnologie fosse qualcosa di scontato. Come mi ha insegnato l’esperienza dle giornalino scolastico, mi affascina l’idea che con l’uso dell’informatica i bambini raggiungano traguardi interdisciplinari attraverso modalità in loro innate. sarebbe bello poter usufruire di strumenti quali la Lim e il laboratorio di informatica, ma la loro assenza non  può essere alibi per gli insegnnati per non proporre ai bambini attività informatiche di livello.

Nuove tecnologie per… nuovi utenti!

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ho scelto un genio informatico della porta accanto a me molto vicino, non fisicamente in quanto abita a Lille in Francia, ma emotivamente, trattandosi del mio cuginetto Tanguy. Appassionato di computer fin da piccolo, ha deciso di trasformare la sua passione in una professione. infatti coraggiosamente, a soli 20 anni, si è lanciato sul mercato come giovane imprenditore. Per lo più  i clienti hanno bisogno di riparazioni tecniche dei loro Pc, quindi lo chiamano, prende nota della situazione e poi procura loro i pezzi di ricambio, rimettendo a nuovo le loro macchine. Ci sono anche coloro che necessitano di piccoli corsi di informatica, per il lavoro, per la scuola… anche se devo dire che ormai la clientela in quest’ambito supera sempre i 30 anni.  Ma ciò che più mi ha stupito è stata la sua idea di fare corsi di informatica alle persone più anziane.
 “Le nuove tecnologie possono essere fondamentali per le persone anziane. Il problema è abbattere il pregiudizio che molti di essi ancora hanno verso i computer, li vedono come qualcosa di molto complicato e non adatto alla loro età. Invece  i pc si rivelano una risorsa come mezzi di comunicazione. Poter navigare su internet per leggere i giornali, blog, siti di ricette; chattare con amici, videochiamare parenti lontani, sono tutti modi che permettono alle persone anziane di sentirsi meno sole, meno malate e meno chiusi nelle loro case o cliniche.”
Ciò che ha imaparato Tanguy lavorando con le generazioni più mature è stato che questi clienti apprendono in maniera molto simile ai bambini, non sono interessati al processamento del computer e al suo funzionamento, desiderano subito vedere l’esito finale, usare i programmi e questo è possibile nel momento in cui si lavora con loro per analogia.

La realizzazione di una U.D.A.

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Trattandosi dell’esame di didattica della matematica, abbiamo scelto di fare un superprogetto un po’ diverso, realizzare un’unità didattica dal titolo LA GRANDE CINA. Il nostro progetto prevede l’attuazione di un’unità didattica in classe terza a partire dalla lettura del libro  Cion Cion Blu di Pinin Carpi. La storia, ambientata fra le risaie cinesi e il palazzo dell’imperatore, offre notevoli spunti interdisciplinari. Gli ambiti disciplinari coinvolti sono Lingua italiana, Geometria e Matematica, Informatica.

Dopo aver letto con la classe il libro Cion Cion Blu, l’insegnante propone ai bambini di realizzare un tangram. È possibile realizzare il tangram attraverso la piegatura di un foglio quadrato o prendendo le misure, ma dato l’obiettivo dell’UDA, in questo caso, verrà consegnata una scheda con il tangram precostruito. I bambini dovranno ritagliare le diverse figure che costituiscono il tangram e insieme alla maestra le nomineranno arrivando a riconoscerle tutte. Sapendo che il lato del quadrato principale è di 100 e la diagonale di 141.4, per analogia, la classe arriverà a definire le misure, di ogni figura.

Una volta conosciute le misure di tutte le figure piane che compongono il tangram, i bambini potranno divertirsi col formare nuove immagini utilizzando sempre tutti i 7 pezzi.

L’insegnante dividerà la classe in gruppi e li guiderà a comporre figure che possano essere ricondotte alla storia di Cion Cion Blu, mostrando loro diversi esempi. Poi un gruppo che abbia ipoteticamente realizzato le tre figure del cinese, del fiore e del gatto, potrà successivamentre importare i propri disegni nel prigramma Qq.storie e lì potrà inventare una nuova storia. Siamo sicure che a termine di un’esperienza scolastica simile, i nostri bambini avrebbero ampliato il loro albero delle conoscenze utilizzando la modalità a loro più affine: l’analogia e il gioco!

didamat

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E’ finalmente iniziato il conto alla rovescia verso l’ultimo esame di Matematica, quello di Didattica.
Francesca e Maria le mie mitiche socie nell’avventura numerica sono pronte e, per questo giro, abbiamo un nuovo e valoroso acquisto, Alessandra.
Ci siamo divise i compiti e incontrate… è quasi tutto pronto.
Nei prossimi post vi illustrerò quello che è stato il nostro percorso passo passo.

 

Toglietemi tutto tranne il superfluo

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Ed eccomi pronta per un’altra intervista, quella virtuale al grande genio (geometrico). Inizialmente avevo scelto di realizzare il lavoro incentrandolo sulla figura di Munari, poi hpo riletto bene la consegna della prova: “Intervista virtuale a un grande personaggio che ha dato contributo alla geometria razionale o intuitiva, o all’esplorazione dello spazio, delle forme e delle loro rappresentazioni.” Quest’ultime parole spazio, forme e rappresentazioni mi giravano in testa e non riuscivo a smettere di collegarle alle enormi sculture di Oldenburg. avevo timore a sceglierlo come “intervistato virtuale” in quanto si tratta più di un artista della scultura e del design, ma trovavo che i suoi lavori rendessero proprio bene l’idea di cosa significhi analizzare e reinventare lo spazio… quindi ho deciso che l’arte di Oldenburg poteva ben essere definita geometrica.
Conoscevo già molte delle oper dell’artista, soprattutto quelle realizzate con la moglie Coosje van Bruggen, i large-scale projects, opere per gli spazi urbani, spesso su committenza pubblica e di cui uno splendido esempio è Ago e filo, realizzato per la capitale della moda. Per realizzare l’intervista ho iniziato a documentarmi e il mio sguardo sull’autore è andato inevitabilmente oltre l’estemporanea fruizione dell’opera; ho studiato il contesto storico, gli anni del grande boom economico e ho approfondito la critica sociale della corrente Pop (di cui Oldenburg è egregio esponente).
A partire dal ventesimo secolo il design ha assunto sempre maggior importanza nella cultura e nella vita quotidiana. Considerato come uno strumento per migliorare la qualità della vita, il suo raggio d’azione non si limita ad occuparsi di oggetti veri e propri, ma si occupa (sopratutto a partire dagli anni ’50)  anche di forme di comunicazione grafica e sistemi integrati che spaziano dalla tecnologia dell’informazione agli ambienti urbani. L’oggetto di design deve soddisfare delle esigenze, rispondere a desideri inespressi, colmare necessità: deve essere fondamentalmente funzionale. Durante gli anni sessanta sia gli artisti visivi che i designer hanno cominciato a  dedicare maggior attenzione ai medesimi oggetti d’uso. L’oggetto oldenburghiano è apparentemente inutile, infatti trova un’altra utilità, non quella pratica dell’oggetto che ci si presenta davanti agli occhi sotto un altro aspetto (deformato), ma quella della critica sociale. Appartenere alla grande società dell’opulenza è un grande privilegio, le cui dimensioni sembrano riflettersi nella mole degli oggetti proposti dall’americano. L’ironia e il gioco sono interni al suo punto di vista: Oldenburg ci offre le sue opere come si inscena uno spettacolo con effetti comici ed eccentricità. Con le sue opere ci mette di fronte al paradossale teatro della vita e precisa la sua visione del mondo incentrata sulla percezione, l’assurdo e l’alienazione. Le opere di Oldenburg mettono in discussione i fondamenti della società consumistica: non producono nulla, sono private della loro funzione e si prendono gioco delle tecniche produttive basate esclusivamente sul risultato, sul profitto, sullo spreco. I piccoli oggetti rubati alla vita quotidiana, una volta ingigantiti e privati della loro funzione d’uso, sono volutamente posizionati in piazze e in luoghi affollati: Oldenburg vuole esplicitare che il nostro mondo, con i valori che esso proclama, ha fatto dell’oggetto di consumo, l’idolo che adoriamo più spesso, dimostrando così come la società si basi su cose banali e materiali. L’uomo, era già allora soggiogato dall’aspetto esteriore delle cose, dalle pubblicità e dalle mode.
Citando Oscar Wilde potremmo affermare: “Toglietemi tutto tranne il superfluo[1]”. È importante stabilire a questo punto cosa intendiamo per superfluo: qualcosa a cui forse non avremmo pensato, che ora ci appare sovrabbondante, poco significativo ed effimero. Ma l’arte ci insegna che i tempi lunghi pagano, che non sempre tutto è chiaro dal primo sguardo. Così le opere di Oldenburg sembrano a primo acchito superflue, oggetti inutili, ma andando più a fondo e guardando le sculture da un’altra prospettiva possiamo coglierne l’essenza, la loro ragion d’essere oltre la privazione della funzione.


 


[1] Oscar Wilde, Detti e Aforismi, Editore BUR, 2004

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Ecco il video di Operazione Tangram

http://www.youtube.com/watch?v=ZDTaB9iYk3o